Camillo Ruini
(Sassuolo, 19 febbraio 1931) è un vescovo cattolico, cardinale e teologo italiano, ed è vicario generale di papa Benedetto XVI per la diocesi di Roma, arciprete della Papale Arcibasilica Lateranense e Gran Cancelliere della Pontificia Università Lateranense. Ha ricoperto l'incarico di presidente della Conferenza Episcopale Italiana dal 1991 al 2007.
Ha ottenuto la licenza in filosofia e teologia presso la Pontificia Università
Gregoriana a Roma dove è stato alunno dell'Almo collegio Capranica. Ordinato
sacerdote l'8 dicembre 1954 dal futuro cardinale Luigi Traglia, allora arcivescovo
vicegerente. Rientrato nella diocesi di nascita nel 1957, ha insegnato filosofia
presso il seminario diocesano e, successivamente e in tempi diversi, teologia
dogmatica presso lo Studio Teologico Interdiocesano di Modena-Reggio Emilia-Carpi-Guastalla
e presso lo Studio Teologico Accademico Bolognese. All'insegnamento ha affiancato
altri incarichi diocesani tra i quali quello di assistente diocesano dei Laureati
Cattolici e di delegato vescovile per l'Azione Cattolica.
Papa Giovanni Paolo II lo ha nominato vescovo ausiliare per le diocesi di Reggio Emilia e Guastalla (successivamente riunite nell'attuale unica diocesi di Reggio Emilia-Guastalla) assegnandoli la sede titolare di Nepte il 16 maggio 1983. È stato ordinato vescovo il 29 giugno successivo da monsignor Gilberto Baroni.
Il 28 giugno 1986 è stato nominato Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana da Giovanni Paolo II
Il 17 gennaio 1991 è stato nominato pro-vicario generale per la diocesi di Roma in attesa di divenirne vicario il 1° luglio 1991 dopo la creazione a cardinale avvenuta nel concistoro del 28 giugno 1991, del Titolo di Sant'Agnese fuori le mura. Nel frattempo, il 7 marzo 1991, Giovanni Paolo II lo aveva nominato anche Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, incarico nel quale sarà confermato per i successivi quinquenni il 7 marzo 1996, il 6 marzo 2001 e il 14 febbraio 2006 da papa Benedetto XVI con la formula "donec aliter provideatur" (cioè a tempo indeterminato, fino alla nomina di un successore). Il 7 marzo 2007 il papa ha accettato le sue dimissioni per raggiunti limiti di età chiamando monsignor Angelo Bagnasco a sostituirlo alla guida dei vescovi italiani dopo sedici anni.
Prese di posizione e pensiero [modifica]
Ruini ha sostenuto nella Chiesa cattolica italiana la necessità di una
presenza della Chiesa e dei cristiani nel mondo della cultura, da realizzare
attraverso il Progetto
culturale della Chiesa italiana.
Specialmente con l'avvento del nuovo millennio, ha delineato un modo alternativo di intendere la missione della Chiesa Cattolica nella società di cui è parte (quella italiana), alimentando il dibattito politico su argomenti come la difesa dei diritti umani e del diritto alla vita.
Alcune componenti, laiche e non, del mondo politico
italiano, pur giudicando pertinente alla missione ecclesiastica l'interesse
per questi argomenti, hanno contestato la parzialità e la pretesa di
universalità di alcune esternazioni del cardinale, ritenendo che su certi
argomenti il messaggio della Chiesa non debba entrare nello specifico della
legislazione di uno stato sovrano, ma limitarsi a indicazioni di carattere generale,
senza imporre per legge le prescrizioni di un'ideologia particolare.
Nel 2005, in occasione dei referendum abrogativi della legge 40 sulla fecondazione
medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali, si
fece portavoce dell'istanza ufficiale della CEI invitando i cattolici a non
presentarsi alle urne con lo scopo di non raggiungere il quorum del 50%, in
difesa del «diritto alla vita». Il gesto venne letto in maniera
eterogenea dal mondo politico: per i promotori del referendum fu un'inaccettabile
ingerenza della Chiesa cattolica nel mondo politico, a lei estraneo, per altri
invece, un legittimo parere di una importante personalità pubblica. Ruini
fu anche denunciato dal ginecologo Severino Antinori, sulla base di una normativa
che condanna fino a tre anni di reclusione chi incita all'astensione, ma la
denuncia fu subito archiviata, in quanto le parole di Ruini avevano solo il
valore di un'indicazione. Il referendum fallì poiché non raggiunse
il quorum: si recò alle urne soltanto un quarto degli elettori. Il cardinale
Ruini, incalzato dai giornalisti, affermò il giorno dopo l'annuncio dei
risultati: «Sono favorevolmente colpito dalla maturità del popolo
italiano». In quell'occasione la Chiesa e i partiti politici contrari
al referendum non caldeggiarono la scelta del no confidando in un più
sicuro astensionismo.
Nel settembre 2005 venne aspramente contestato e criticato da un gruppo di studenti del collettivo Farfalle Rosse, che interruppero lanciando slogan ed esponendo striscioni («Libero amore in libero Stato», «Siamo tutti omosessuali», «Vogliamo fare Pacs in avanti nei diritti»), una cerimonia privata della Fondazione Liberal del parlamentare di Forza Italia, Adornato, nel quale il cardinale veniva premiato. Da questa contestazione presero le distanze quasi tutti gli esponenti del mondo politico, anche quelli critici verso le opinioni ed i comportamenti di Ruini.
Più volte il vicario del papa si è detto contrario al riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali e delle coppie di fatto (PACS), in linea con la Dottrina Cattolica tradizionale e con il pensiero espresso da tutti i papi che hanno trattato tali argomenti. Ruini ritiene che l'introduzione di queste normative «comprometterebbe gravemente il valore e le funzioni della famiglia legittima fondata sul matrimonio e il rispetto che si deve alla vita umana dal concepimento al suo termine naturale»". Il cardinale ha anche criticato l'approvazione da parte dell'Unione Europea di una risoluzione che «sollecita una equiparazione dei diritti delle coppie omosessuali con quelli delle vere e legittime famiglie». «Conforta il fatto - ha commentato - che gran parte degli europarlamentari italiani si è opposta a tale risoluzione».
Il caso Welby
La decisione del Vicariato di Roma di negare le esequie religiose a Piergiorgio
Welby ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica. Questi, da anni ammalato
di distrofia muscolare, aveva manifestato pubblicamente la richiesta che venisse
sospeso ciò che egli considerava accanimento terapeutico nei suoi confronti:
"non morte dignitosa, ma morte opportuna", scriveva in una lettera
aperta al Presidente Napolitano. Un rifiuto di concedere i funerali che la moglie
del defunto, Mina Welby, ha prima duramente criticato, per poi valutarla come
una decisione che ha portato ad un dialogo costruttivo. Quest'ultima affermazione
non ha impedito alla signora Welby di ribadire anche successivamente che la
Chiesa - con riferimento ai funerali di Pinochet - nel caso di suo marito si
è comportata da "matrigna dogmatica verso i suoi figli che tratta
in modo diverso" [1]
La decisione del Vicariato è stata motivata dal fatto che il caso Welby ha avuto un eccessivo risvolto mediatico ed è stato strumentalizzato. In particolare il cardinale Ersilio Tonini ha affermato che «il suo suicidio è stato concepito e realizzato con l'obiettivo di promuovere una legge sull'eutanasia».
Il Vicariato di Roma si è così espresso:
«
In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio
Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie
perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza
delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto
ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di
porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica
(vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325)[2] »
I cardinali Tonini e Ruini hanno utilizzato la parola suicidio, nonostante sia vero che:
Welby
non si è suicidato: gli è stata somministrata una dose di anestetico
dal dott. Mario Riccio, che ha poi eseguito il distacco del respiratore meccanico
e delle altre macchine che sostituivano altre funzioni vitali.
Welby non era in grado di suicidarsi, in quanto non era più in grado
di muovere alcun muscolo
Welby non chiedeva il suicidio ne' di por fine alla propria vita; egli si rivolgeva
al Parlamento e al Presidente della Repubblica perché venisse riportato
in parlamento il dibattito sul fatto di concedere non solo a se stesso, ma a
tutti i malati terminali, di poter scegliere liberamente ciò che egli
definiva morte opportuna. Welby pertanto conduceva una battaglia politica, non
una battaglia personale.
A riguardo, il cardinal Ruini ha parlato di :
«
sofferta decisione [...] nella consapevolezza, di arrecare purtroppo dolore
e turbamento ai familiari e a tante altre persone, anche credenti, mosse da
sentimenti di umana pietà e solidarietà verso chi soffre, sebbene
forse meno consapevoli del valore di ogni vita umana, di cui nemmeno la persona
del malato può disporre »
Dal punto di vista del diritto penale la questione se egli chiedesse per se stesso l’eutanasia (come ritenuto dal vicariato) o non chiedesse semplicemente, invece, di porre fine all'accanimento terapeutico è stata affrontata dalla magistratura. Questa, il 24 luglio 2007, si è pronunciata per il proscoglimento con formula piena di Mario Riccio, il medico che staccò il respiratore. Nel dispositivo della sentenza il giudice ha fatto riferimento all'articolo 51 del Codice Penale, che prevede la non punibilità per il medico che adempie al dovere di dare seguito alle richieste del malato, compresa quella di rifiutare le terapie. L'assistenza alla nutrizione, idratazione e respirazione sarebbero dunque considerate, in base a tale sentenza, vere e proprie cure che il malato può rifiutare, e non ordinarie azioni di sostentamento che invece il malato non ha il diritto di rifiutare nell'ordinamento vigente.
La richiesta del funerale religioso è stata respinta nonostante la pratica di "interrompere procedure mediche sproporzionate rispetto ai risultati attesi" sia considerata legittima dal Catechismo della Chiesa Cattolica:
«
2278 - L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie
o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In
tal caso si ha la rinuncia all'« accanimento terapeutico ». Non
si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire.
Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità,
o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre
la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente. »